giovedì 25 febbraio 2016

Riflessioni di carattere politico sulla Grande Guerra: Le contraddittorie vicende dei primi sei mesi di conflitto



Quando il 24 maggio 1915 ebbero inizio le ostilità dell’Italia contro l’Austria [mentre quelle di Austria-Ungheria contro la Serbia erano già iniziate il 28 luglio 1914 e in breve avevano coinvolto sia Russia, Francia e Inghilterra (alleate della Serbia) che la Germania (alleata dell’Austria)] il tumultuoso contrasto tra neutralisti e interventisti si placò non tanto a causa dei silenzi imposti dalla censura sulla stampa o dalle nuove leggi di Pubblica Sicurezza, quanto proprio per il turbamento e il disorientamento provocati in tutti i partiti dalla realtà della guerra.

Tuttavia il Partito socialista (che era sempre stato contrario alla guerra) adottava ufficialmente la formula del «non aderire né sabotare», i cattolici  dichiaravano di volersi  comportare da cittadini obbedienti alle leggi, i giolittiani mantenevano un atteggiamento prudente e riservato (mentre il loro capo in un patriottico discorso dichiarava di essere devoto al Re e di voler sostenere il Governo), e il cinquantenne Cesare De Lollis, fondatore del gruppo neutralista “Italia Nostra”, partiva volontario per il fronte.

Ma nelle città e ancor più nelle campagne larghe masse scarsamente politicizzate, già estranee al dibattito sull’intervento, tenevano un atteggiamento indifferente -  se non addirittura ostile – nei riguardi del conflitto ormai in atto, il quale, non assomigliando per nulla alle tre brevi guerre d’indipendenza dell’800, richiedeva invece la partecipazione di tutti i cittadini, uomini e donne, sia per la costituzione di un esercito di enormi dimensioni, sia per l’indispensabile impegno produttivo dei campi e delle officine. In altri termini, mentre quella in atto era una guerra totale, guerra di masse e, come tale, molto dura e non certo breve, sul conto della stessa sia fra gli uomini della strada, sia fra quanti avevano responsabilità decisionali   dominava l’idea del tutto falsa che si trattasse di un conflitto non diverso di quello per la conquista della  Libia (1911-12).

Infatti il Governo non si preoccupava per niente dell’acquisto di ciò che in inverno sarebbe stato necessario all’Esercito: lo stato d’animo prevalente era quello di un’attesa fiduciosa. Non mancava certo l’angoscia nelle famiglie per i congiunti mandati al fronte, ma pochi erano veramente coscienti  dei rischi e della gravità dell’impresa a cui la Nazione si era accinta.

I soldati partivano senza sapere quale spaventosa esperienza fosse la guerra che già si combatteva da circa dieci mesi in Francia o nei Balcani. Essi si avviavano e partecipavano ai primi combattimenti con un morale nel complesso abbastanza alto. Questo si riscontrava, però, nei combattenti evoluti culturalmente, mentre la grande massa di fanti contadini e analfabeti non solo non sapeva, ma neppure si preoccupava di sapere per quali ragioni la guerra era combattuta. A tale proposito   Adolfo Omodeo scriverà: «…La guerra era sentita dal popolano come un fatto di natura simile alla vicenda delle stagioni: sarebbe passata, ma ci voleva pazienza; per il contadino, infatti, la guerra era un male, un castigo dei peccati: “Ma , una volta scatenatosi il flagello, lo accettava e lo sopportava virilmente, come il buon agricoltore regge alla tempesta e al solleone”».

Stati d’animo del tutto simili si ripetevano negli eserciti degli altri paesi belligeranti. Tuttavia all’inizio del conflitto era possibile notare il diffondersi di una certa eccitazione, capace di stimolare un poco tutti al patriottismo. Anche i civili avvertivano tale incitamento, ma ne venivano colpiti soprattutto i militari, sui quali agivano contemporaneamente sia i mezzi coercitivi,  sia i valori di cameratismo e solidarietà propri dei combattenti, sia i naturali fattori agonistici che tendono a manifestarsi con l’esercizio delle armi.

Nel maggio del 1915 non c’erano ancora le idee e la pratica della guerra totale, e  lo spirito risorgimentale e garibaldino animava tanti combattenti.
Comunque talvolta non si era contro la guerra anche per motivi  contingenti per es.:
  • nell’Italia del 1915, la popolazione era in gran parte  costituita da analfabeti o semianalfabeti, da modestissimi contadini o operai o artigiani, che in genere vivevano in condizioni disagiate, quindi il vitto quotidiano, assicurato dalla appartenenza all’Esercito, rappresentava per loro un notevole miglioramento delle condizioni di vita; 
  • all’epoca per quasi tutti gli italiani rarissime erano le occasioni per muoversi, viaggiare e distrarsi, quindi il servizio militare, rompeva la monotonia della vita quotidiana, consentendo di conoscere luoghi e uomini nuovi.

Fin dall’inizio venne impedito a tutte le forze politiche favorevoli alla guerra, sia di destra (per es. i nazionalisti), sia di sinistra (repubblicani, socialisti radicali ecc.) di far sentire la propria voce in seno all’esercito.

Del tutto sporadicamente, in occasione di qualche cerimonia o alla vigilia di qualche azione pericolosa, i comandi si rivolgevano all’intellettuale, al letterato, all’avvocato interventista che ora vestiva la divisa di ufficiale, affinché pronunciasse un discorso d’incoraggiamento patriottico ai commilitoni, in nessun modo si verificò qualcosa che potesse far pensare ad una attività meditata e concertata di propaganda, sia pure sotto il controllo delle autorità militari.

Il 10 giugno 1915 il generale Zuppelli, ministro della guerra, inviò disposizioni ai comandi di corpo d’armata, di divisione e di reggimento perché s’impedisse agli interventisti rivoluzionari qualsiasi forma di propaganda. Proprio in questa fase a repubblicani, radicali socialisti ecc. nonché ai loro figli fu vietata la partecipazione ai corsi per allievi ufficiali. A tale divieto incorse, fra gli altri, Benito Mussolini.  
In precedenza (23 maggio) il Governo aveva deciso di vietare la costituzione di corpi volontari autonomi, perciò i Fratelli Garibaldi, che nel 1914 avevano formato in Francia la “legione italiana”, tornando in patria fecero parte dell’esercito regolare.

La liberazione delle regioni nord-orientali era uno dei primi obiettivi della guerra: si soleva dire ai soldati che il loro grande e meraviglioso compito fosse quello di redimere i fratelli  oppressi dall’Austria. Accadeva invece, con grande delusione degli interventisti, che proprio le popolazioni del Friuli orientale accogliessero con freddezza, con diffidenza e sovente con aperta antipatia i soldati italiani. A tal proposito anche Vittorio Emanuele III espresse il suo rammarico affermando: «La popolazione oltre confine, che è rimasta nelle case, non ci è amica».

Nonostante l’acquisto nell’aprile nel 1915 di un certo numero di cannoni, le artiglierie italiane erano ancora insufficienti e prive di adeguate scorte di munizioni. Scarseggiavano anche le armi leggere, infatti fanteria e bersaglieri all’inizio della guerra non avevano mitragliatrici e solo a luglio ne ricevettero due per ogni reggimento, mentre il nemico ne possedeva dapprima due e poi otto per battaglione. Erano sconosciute le bombe a mano e le prime cassette, giunte ai comandi, contenevano un modello assai imperfetto che nessuno sapeva adoperare.
Gli ufficiali, non avevano ricevuto in tempo le pistole d’ordinanza, perciò se non acquistavano da armaioli pistole di un qualunque  tipo, rimanevano disarmati.

I soldati erano circa un milione e mezzo, ma non erano disponibili altrettanti fucili modello 91, perciò si distribuivano anche gli antiquati moschetti Wetterli.
In quell’epoca le autovetture circolanti in Italia erano circa 20.000, ma il 24 maggio, al passaggio del confine, il secondo Corpo d’Armata, forte di diecine di migliaia di uomini, possedeva soltanto l’auto del comandante.

Nel maggio 1915 i soldati dell’esercito italiano avevano già la divisa di panno grigioverde, ma non possedevano l’elmetto, avendo come copricapo una sorta di chepì anch’esso di panno.

Le truppe italiane andavano ai primi assalti in formazioni molto fitte, e gli austriaci affermavano che tirare sugli italiani era più facile che tirare al bersaglio. Durante la guerra  di Libia i reparti avevano imparato a diradarsi, ma nell’estate del ’15 tale esperienza venne dimenticata. A questo proposito il generale Pettorelli-Lalatta, in data 27 agosto, scriveva: «E qui lanciamo ancora le fanterie all’assalto… a bandiera spiegata, ammassate, con musica».               

Secondo le disposizioni del comandante supremo Luigi Cadorna, contenute nella  circolare del 1915, intitolata “Attacco frontale ed ammaestramento tattico”(che, essendo stata ampiamente diffusa, era certamente nota anche al nemico), ogni azione della fanteria doveva essere preparata da tiri delle artiglierie capaci di spianare la via e di spazzare “coll’impeto e la massa del suo fuoco, ogni resistenza avversaria nella zona d’irruzione”. Ma nella pratica le nostre artiglierie, che erano imprecise e disponevano di un insufficiente numero di bocche di fuoco e di scarse munizioni, iniziavano il bombardamento sulle posizioni avversarie, del quale il principale effetto era quello di porre il nemico in stato di allarme, poiché raramente venivano colpiti i reticolati e le trincee nemici. Quando terminava il bombardamento  i fanti uscivano allo scoperto e trovavano i reticolati nemici intatti, e le mitragliatrici pronte a falciarli. Se poi il bombardamento aveva operato un varco nei reticolati (e creato dunque un passaggio obbligato), il compito dei tiratori austriaci era addirittura facilitato.

Il generale Cadorna, pienamente cosciente dell’impreparazione e dell’insufficiente equipaggiamento delle truppe, non perdeva occasione per chiedere al Governo di colmare le lacune che si andavano riscontrando. In particolare insisteva nel chiedere munizioni e cannoni, pretendendo anche che questi fossero funzionanti, in quanto ben ventidue obici erano esplosi per difetti “nelle bocche di fuoco e negli esplosivi”.    

Egli era convinto che le forbici taglia-fili potessero efficacemente servire ad aprire varchi nei reticolati nemici, perciò rimproverava il ministero di avergliele concesse “solo dopo lunghi stenti e pressanti insistenze”, ma esse non servirono a niente.
La probabilità che a causa dell’impreparazione il Regio Esercito andasse incontro ad un  insuccesso  nei primi scontri col nemico aveva anche indotto il Comandante Supremo a chiedere, il 17 giugno 1915, al Presidente del Consiglio Salandra d’intervenire sugli alleati perché iniziassero anch’essi un offensiva “contemporanea” al fine di mettere in crisi  gli Austriaci. Ma poi rompendo gl’indugi ordinò l’attacco. 

Ebbe cosi inizio la prima battaglia dell’Isonzo (23 giugno – 7 luglio), destinata al fallimento. Anche la seconda battaglia dell’Isonzo (18 luglio – 4 agosto) venne  da  Cadorna disposta senza la necessaria preparazione, ma immediatamente soltanto perché a causa dell’insuccesso della prima egli “sentiva salire la marea di malcontento” in tutti i settori dell’opinione pubblica.
Quando anche la seconda battaglia si concluse con elevate perdite e guadagni assai modesti, il Comandante supremo informò Salandra che non avrebbe più ripreso l’offensiva fino a che  non gli fossero stati forniti complementi, munizioni e rifornimenti in misura tale “da evitare per l’avvenire la grave crisi odierna”.
Così successivamente per oltre due mesi l’esercito rimase sostanzialmente fermo. 

Il 18 ottobre Cadorna, sia perché i mezzi tanto insistentemente richiesti gli erano in parte pervenuti, sia in quanto voleva assolutamente conseguire un successo prima della fine dell’anno per non sfigurare di fronte degli alleati nonché di fronte agli stessi italiani, decise di dare inizio alla terza battaglia dell’Isonzo, che terminò il 4 novembre, seguita a meno di una settimana dalla quarta (10 nov. – 2 dicembre).
Le suddette quattro battaglie comportarono la perdita di 183mila uomini, di cui 62mila i morti, ma i risultati furono molto modesti. Quindi svaniva l’illusione della ‘guerra breve’ ed una profonda crisi morale sopravvenne  nel corso delle offensive d’autunno, quando la pioggia, il fango, le sofferenze patite intristivano gli uomini e mutavano il volto della guerra.

Gli assalti si ripetevano con esasperante monotonia e sempre contro le medesime  posizioni. A tal proposito scriverà in seguito Curzio Malaparte: «… A un tratto, tranquillamente, la fanteria usciva dalle trincee e s’incamminava  trotterellando verso le mitragliatrici austriache, con un vocio confuso che nulla aveva di eroico. Gli uomini (o) cadevano a gruppi uno sull’altro…(oppure), senza un lamento, andavano a stendere le proprie carcasse sui fili di ferro spinato, come cenci ad asciugare».

Nel 1915 coloro che avevano immaginato rapide e vistose conquiste, potettero ricevere dal fronte notizie assai vaghe. Infatti i giornalisti non erano ammessi nelle zone di guerra, in tutto il Paese vigeva la censura e ben poco si poteva ricavare dalla lettura dei bollettini ufficiali, i quali peraltro finirono solo col suscitare allarmi e preoccupazioni in quanto, mentre all’inizio fornivano quotidianamente le cifre delle perdite subite dai reparti combattenti o da questi inflitte al nemico, avevano poi improvvisamente cessato di farlo.

Essendo anche le lettere dei combattenti rigorosamente censurate, il Paese cominciò ad intuire la cruda realtà del conflitto  dai racconti dei feriti ricoverati nelle retrovie o in convalescenza nelle proprie case, nonché dai soldati in licenza.
Tuttavia non mancò la vigilanza anche su detti militari e alcuni furono anche puniti e fatti rientrare nei reparti, mentre per volere di Cadorna veniva ridotta al minimo la concessione di licenze.

La crisi della guerra cronica, nata sul fiume Isonzo, era presto rimbalzata nel Paese procurando lutti e sofferenze inaudite, di fronte ai quali molto grave fu il disagio degli interventisti, perché più doloroso era in loro il crollo delle illusioni, più grande il peso delle responsabilità. A tal proposito scriverà poi A. Omodeo: «Lo smarrimento morale della guerra cronica fu la prova più amara per l’esercito. Falliva ciò per cui si era sognata la guerra: la rapidità tagliente delle risoluzioni.»
Gli interventisti che erano sotto le armi cominciarono ad essere trattati con odio e disprezzo dai commilitoni. Chi era partito volontario cercava di mantenere questo fatto assolutamente segreto.

Il 1° novembre 1915 B. Mussolini era al fronte e un soldato, incontrandolo, gli chiese: “Sei tu Mussolini?” “Si.” “Benone, ho una notizia da darti: hanno ammazzato Corridoni. Gli sta bene, ci ho gusto. Crepino tutti questi interventisti.”
 Il monaco barnabita padre Giovanni Semeria, cappellano militare, essendo stato un appassionato interventista,  al cospetto degli orrori della “provò  l’angoscia smarrita di aver tradito la sua vocazione sacerdotale”;  internato in una casa di cura svizzera, pensava addirittura di togliersi la vita, “credendosi colpevole della morte di giovani, di padri di famiglia, che alcuni suoi incitamenti potevano aver spinto alla guerra”.   

Cadorna chiedeva al Governo il massimo sforzo finanziario per ottenere gli uomini e i mezzi necessari per riprendere  nella primavera del ’16  la lotta con maggiori probabilità di successo. Ma la situazione finanziaria dello Stato era drammatica e preoccupava seriamente  il Capo del Governo, che il 18 settembre 1915 convocò i Ministri sia per informarli che le richieste del Comando supremo comportavano una spesa di 15 miliardi di lire, sia per porre loro la domanda: “Dove trovare tanto denaro?”

L’interrogativo rimase senza risposta e i ministri deliberarono molto genericamente che ognuno ci avrebbe pensato e poi proposto un programma di economie.
La guerra, dunque, era ormai entrata in una fase per molti versi incomprensibile, irrazionale, che lasciava senza risposta scottanti interrogativi.

I primi sei mesi della stessa avevano cancellato i trascorsi entusiasmi al punto che nel «…funereo autunno del 1915 […] le radiose giornate di maggio erano diventate il più fastidioso dei ricordi e il solo nominarle assumeva il sapore amaro del sarcasmo…» (V. Rino Alessi,  DALL’ISONZO  Al  PIAVE – A. Mondadori Editore 1966, pag. 13).

Pietro Congedo